31/03/2009
Pallino (da www.micimiao.it)

Ciao a tutti, lui si chiama Pallino ed è entrato a far parte della nostra famiglia tre mesi fa.
Avevamo perso la nostra Pippi (anche lei presente sul sito) da poco a causa di una brutta malattia e in casa c'era un alone di tristezza incredibile.Inutile dirlo, dopo aver vissuto momenti di angoscia e di disperazione avevamo tanta paura di soffrire ancora ma quando abbiamo visto Pallino..beh..ci siamo letteralmente..sciolti.
Adesso non potremmo assolutamente fare a meno delle sue scorribande per la casa,
delle sue epiche ronfate pomeridiane a pancia in su,del suo musetto da sbaciucchiare all'infinito e delle sue ruffianissime coccole...perciò mi permetto di dare un consiglio a tutti gli amici gattofili: se vi è venuto a mancare per qualsiasi motivo il vostro micetto non esitate ad adottarne un altro, mi sono reso conto che diversamente mi sarebbe rimasto dentro un vuoto incolmabile. Adesso, oltre al ricordo della mia splendida Pippi che mai dimenticherò ho uno splendido pupacchiotto che mi regala tanta tanta gioia.
Un saluto a tutti gli amici gattofili.
Andrea.
20:48 Scritto da: malykaa in Racconti di gatti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
| Tag: pallino | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
Leo (www.micimiao.it)

..questo è il mio gattone rosso Leo , ha molti soprannomi ma noi lo chiamiamo
o micio o leo .
ultimamente non è stato bene perchè ha avuto l'otite parassitaria e la
tracheite ma appena abbiamo visto che non stava bene lo abbiamo portato dal
veterinario che gli ha messo dei liquidi nelle orecchie e gli ha fatto una siringa sul dorso.
leo è un gran dormiglione e da quando abbiamo portato l'amaca in casa ci ha
traditi perchè prima dormiva sempre nel letto con qualcuno della famiglia e
invece adesso dorme sempre sulla sua adorata amaca . a Leo piace anche
guidare il motorino come nella foto e quando si stanca di guidare sale in
casa e vuole mangiarecosa in qui è molto viziato visto che mangia solo le
prelibate gourmet gold , ma anche se il mio micio ha dei difettucci io gli
voglio un gran bene e non potrei vivere senza di lui e così mi ostino a
tenerlo in casa anche se a volte ha bisogno di uscire a causa di motivi
amorosi visto che per non farlo diventare diverso da come è adesso non lo ho
fatto sterilizzare
Gennaro
20:47 Scritto da: malykaa in Racconti di gatti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: leo | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
Omero (da www.micimiao.it)

Ciao sono Omero,
ho circa un anno, e da novembre 2004 vivo con i nuovi amici che mi hanno adottato dopo avermi sentito piangere nascosto sotto una siepe perchè mi avevano abbandonato. E' stato un amore a prima vista per tutti e tre! Ora sono accasato molto bene, mi coccolano, hanno mille premure e mi lasciano fare quello che voglio. Sono un pò dispettoso: ho distrutto un paio di divani, i tendaggi, strappato lenzuola.........e altro!! Mi piace anche farmi desiderare e accetto i complimenti solo quando lo decido io!
Ciao a tutti i mici da Omero.
20:42 Scritto da: malykaa in Racconti di gatti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: omero | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
Topino & Camilla ( da www.micimiao.it)

Questi sono i miei due coinquilini,
Topino e Camilla. La nostra convivenza è iniziata in modo un po' difficoltoso per me. Vi spiego perché: ho avuto per quasi 16 anni una bellissima gatta nera di nome Missi. Era molto snob, una vera aristogatta, ma anche affettuosa. Credo
si ritenesse un umano, perché quando vide per la prima volta un suo simile,
rimase nascosta per mezz'ora sotto il letto! Il 20 gennaio 2003 Missi se ne è
andata e per tutti noi è stato come perdere una persona di famiglia. Non ci
potevamo credere! Piano piano ci siamo abituati alla sua mancanza. Ci mancava
molto (ci manca ancora, veramente!) e pensavamo se adottare un nuovo
zampadivelluto. Ma non è facile. Non vuoi "un" gatto, ma il TUO gatto. Però
però......dopo alcuni mesi iniziai a pensare di adottare un micio al gattile,
lo preferivo già adulto, pensavo che magari si sarebbe affezionato e quindi
adattato meglio in una casa. Mi venne detto con una mia vicina di casa che mi
rispose che sua zia aveva una gattina incinta, che avrebbe partorito a breve e
che se volevo, me ne dava uno. Disse che era molto bellina, grigia come un
certosino, col pelo soffice. Accettai, sperando che mi arrivasse una gattina,
non so perché, ma preferivo una femmina. Quando nacquero i due gattini, la
sognora mi teneva aggiornata sul loro sviluppo, mi disse che ce n'era uno
grigio che era bellissimo. E un giorno, quando avevano circa un mese, disse
:com'è vivace!!!!". Mi sentii mancare........Quando mi portò il mostriciattolo, esso aveva circa due mesi e mezzo e fino allora era vissuto in campagna, in piena libertà. Per prima cosa gli feci il trattamento antipulci e vermifugo.
Erano più i parassiti del gatto!!! La graziosa bestiola si rivelò una vera
calamità naturale!!! Era una peste mai vista, mi rovinò le braccia che sembravo
lebbrosa! Non voleva mangiare le scatolette, avrebbe preferito andare a caccia.
Chiesi se lo riprendevano, perché pensavo che in campagna sarebbe stato
sicuramente più felice, ma non lo rivollero. Cominciai a cercargli un nome:
Attila, Mefisto, Diabolik erano quelli più gettonati. Alla fine scelsi Tommaso,
detto Tommy, perché era anche molto curioso. Nel frattempo però, dato che
quando rientravo dal lavoro spesso lo trovavo piangente dietro la porta, lo
prendevo in braccio e gli dicevo "Topino!". E così......Circa un mese dopo il
suo arrivo, sempre la gentile vicina mi disse che in un campetto vicino a casa
nostra aveva trovato da alcuni giorni una gatta molto magra e che le portava
del cibo e dell'acqua in quanto lei se ne stava lì in attesa. E un fine
settimana se ne andò in vacanza senza più parlare della gatta. Allora andai a
vedere e siccome era talmente affamata e scheletrica da avventurarsi in un
giardino pieno di cani non esattamente gattofili, la invitai a salire sulla mia
macchina e leì mi seguì. Ammetto che l'dea di avere DUE gatti non mi voleva
neppure sfiorare, e così il giorno dopo mi recai al gattile (è un posto molto
bello in verità , in mezzo al verde e tutti mici sono liberi di entrare e
uscire e sono tenuti molto bene). La signora che lo gestisce all'epoca, agosto
2003, un caldo mai visto, aveva in affidamento 260 gatti. Comincò a dirmi che, poverina, non era sicuramente abituata a stare con altri gatti, che, poverina, là sicuramente non avrebbe toccato cibo (era già uno scheletro ricoperto di pelo!), che si sarebbe stressata.....Morale: ho ripreso la gatta e me la sono portata a casa! Sentendomi pure un verme!!! Volevo chiamarla Frida Kahlo, perché aveva un carattere particolare, probabilmente era stata picchiata perché quando l'accarezzavo, si ritraeva però si faceva accarezzare. Però non mi rispondeva, al nome Frida. un giorno la guardai negli enormi occhioni verdi e le dissi "Camilla!" e lei rispose "miao!". Ok! Camilla.
saluti vellutati a tutti!
Gabriella
20:40 Scritto da: malykaa in Racconti di gatti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: topino, camilla | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
Una brutta storia ( da www.gattoamico.it )

Tempo fa ci scrisse una lettrice, raccontandoci di un brutto episodio che gli era accaduto. Una sera d’inverno, mentre tornava a casa, vide riverso sul marciapiede un povero gattino nero. Qualche teppista del luogo lo aveva evidentemente preso a bastonate. Il micio era a terra, sanguinante, ed emetteva flebili miagolii. La nostra amica si avvicinò per prestargli soccorso, tese la mano per accarezzarlo, ma, con le ultime energie trovate chissà dove in quel povero corpicino martirizzato, il felino emise un grido minaccioso. Il gatto aveva ormai perso la fiducia nel genere umano. E come dargli torto! D’altronde, di lì a poco, anche la donna fu assalita dal medesimo sentimento: si guardò intorno in cerca di aiuto, ma i passanti, aumentando la falcata, fecero finta di niente, troppo immersi nei loro problemi, nei loro impegni. L’indifferenza delle persone gelò la nostra lettrice più del freddo intenso di quella sera. Tentò allora di sollevare il micio, ma un miagolio, questa volta pietoso, ed uno
sguardo del gatto diretto al cuore la fecero, per umana compassione, desistere. L’immagine finale di quel racconto mi colpì profondamente: lei seduta, con il capo chinò sul micio, la pioggia che cadeva fitta, bagnandole i capelli, scivolandole sul viso, mischiandosi alle sue lacrime, ad un pianto in cui tutto l’universo sembrava unirsi, tranne l’umanità lì presente. Non mi vergogno a dirvi che, nell’intimità della mia stanza i miei occhi si bagnarono. Erano i giorni a cavallo del ricordo dell’olocausto e, spero che nessuno si offenda, istintivamente associai il destino persecutorio degli ebrei a quello che per molti secoli hanno avuto i gatti, specie quelli neri. Anche gli ebrei furono colpiti dall’indifferenza, uccisi nell’animo dall’egoismo di molti. Per fortuna ci furono anche altri che con i loro gesti, a volte anche estremi, li aiutarono, riabilitandoci, almeno in parte, come genere umano. Così, spero che il dolore vissuto dalla nostra amica sia servito a dare conforto al povero micio, consegnandogli un atto di amorevole pietà, un ricordo migliore di noi umani nell’affrontare un viaggio verso un mondo migliore. Ecco, forse uno spicchio di quel mondo migliore, fatto di sensibilità, di amore verso il prossimo, di solidarietà c’è l’ha dato la nostra amica. Ed allora quel dolore che si prova in certi momenti, può essere lenito, anzi sconfitto, dalla consapevolezza che le nostre azioni possono aiutare a migliorare noi stessi. Forse è un discorso utopistico, ma credo che solo con l’utopia si possa sperare di cambiare. I nostri gesti possono apparire piccoli ma anche il cammino più lungo inizia con un passo, e forse, ognuno di noi può essere quel passo.
20:24 Scritto da: malykaa in Racconti di gatti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
| Tag: gatti | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook
Il bambino e il gatto bianco.

J.B. guardò con fierezza e soddisfazione fuori dalla finestra. Il suo ufficio, all’ultimo piano di uno dei grattacieli più alti di New York, dominava l’intera città. “C’è l’ho fatta!” pensò fra sé, era diventato il presidente del maggior gruppo finanziario statunitense. Lui, nato da genitori operai e nonni contadini, aveva saputo salire, gradino per gradino, l’intera scala sociale. J.B distolse lo sguardo dalla finestra e cominciò ad osservare la propria stanza, sfiorò con la mano la poltrona nera di pelle pregiatissima, girò intorno alla scrivania accarezzandola come a voler toccare, assaporare la bellezza ed il potere che rappresentava e, giunto al centro della stanza, si fermò a guardare, con un giro panoramico, l’intero ufficio. Tutto ostentava ricchezza ed autorità, tutto era bello e prezioso. Quando, molte ore più tardi, terminato il suo primo giorno da presidente dell’ ”Istitut Bank of America”, J.B uscì dall’ufficio e s’imbattè in un bambino sporco e malvestito con in braccio un gattino
bianco che, se fosse stato possibile, era ancora più malmesso del bimbo stesso. L’uomo dapprima lo evitò (non gli erano mai piaciuti i mendicanti, anche se bambini) poi però pensò che quello era stato un gran giorno per lui e, per questo, si sentì di animo più gentile. Tornò, allora, indietro per dargli una moneta, ma, inspiegabilmente, il bambino con il suo micetto erano scomparsi. L’episodio gli sembrò così surreale da fargli tornare in mente un vecchio adagio di suo nonno “Un bambino povero ed un gatto bianco possono darti un tesoro molto più grande di un forziere pieno di monete d’oro”. Che cosa volesse dire il nonno con quel proverbio non l’aveva mai capito bene. “Un tesoro più grande” pensò fra sé e, scuotendo la testa, la bollò come una credenza popolare, una vecchia suggestione contadina. Passarono tre anni da quel giorno ed a J.B. tutto sembrò perdutamente cambiato. I giornali distribuiti sulla scrivania parlavano dello “scandalo finanziario del secolo”, delle perquisizioni della polizia nei suoi uffici e nella sua casa, dei suoi rapporti con esponenti di spicco di organizzazioni criminali. J.B. era distrutto: tutti gli anni di lavoro, tutto quello che era riuscito a costruire, improvvisamente, stava crollando. Era stanco, l’orologio segnava le 5 del mattino, si accorse solo allora di aver trascorso l’intera notte sveglio, a pensare e ripensare a quello che gli stava accadendo, all’inganno in cui era caduto. “Ora basta” pensò “Ho bisogno di aria fresca, di non pensare a nulla, almeno per un po’”. Prese il suo cappotto ed uscì frettolosamente dall’ufficio. Scelse l’uscita secondaria, nonostante l’ora, qualche giornalista poteva sempre attenderlo e piombargli addosso come un avvoltoio. Rabbrividì al pensiero ed istintivamente allungò il passo. Aprì la porta di scatto, diede una rapida occhiata e non scorse nessuno. Sollevato varcò l’uscio ma, appena girò l’angolo, si trovò di fronte il bambino con il micio bianco. Era lo stesso di tre anni prima, con lo stesso gatto, gli stessi vestiti, persino, gli parve, con lo stesso sguardo. La visione lo colse di sorpresa e lo irritò allo stesso tempo. “Non ho spicci” disse bruscamente. “Non sono qui per avere da te” rispose il bimbo. La risposta lo bloccò. J.B. indietreggiò di un passo per squadrare meglio quel ragazzino “Cosa vuoi allora?” “Voglio regalarti un sorriso ed un tesoro”. L’uomo rimase a bocca aperta, stava sognando forse od aveva le allucinazioni? Sembrava la vecchia storia del nonno che si concretizzava lì davanti ai suoi occhi….....

....J.B. rimase immobile, lo stupore gli immobilizzò il corpo, gli tolse le parole, sembrò fermare il tempo, mutare perfino il luogo in cui si trovava. La sensazione di non trovarsi più in mezzo ai grattacieli di New York, ma in un altro posto, che sentiva di conoscere ma che non riusciva a realizzare bene quale esso fosse, come accade a volte nei sogni, lo pervase fortemente fino a convincerlo che stesse effettivamente vivendo un’ esperienza subliminale. Si guardò allora, intorno: eppure, la strada era la stessa di sempre, la porta di servizio era rimasta identica, immobile dietro di lui. Forse, lo stress di quei giorni gli stava giocando un brutto scherzo, pensò fra sé. Cercò, quindi, di recuperare la propria razionalità: “Allora – chiese al ragazzo – di che tesoro parli?” “non certo del tipo che intendi tu - rispose - ma non temere, anche se sono solo un piccolo vagabondo vestito di stracci posso comunque darti qualcosa che ti manca da molto tempo” “Dimmi cosa !!” disse
spazientito J.B. “Non avere fretta, perché in realtà io posso solo darti il modo per trovare quel tesoro che tu, anche se non te ne accorgi più da molto tempo, cerchi” “Che sarebbe?” “Beh, questo non sarò io a dirtelo ma il mio gatto Arthur”. A quel punto all’uomo parve tutto talmente paradossale, dal bambino che parlava come un saggio al gatto che gli doveva mostrare chissà quale tesoro, che scoppiò in una fragorosa risata. Ma quando smise di ridere incrociò lo sguardo del ragazzo, serio, impassibile e perfino severo verso di lui. “Puoi anche non crederci, ma io, se fossi in te seguirei Arthur” e mantenendo gli occhi fissi su J.B., alzò il braccio sinistro ad indicare la direzione che il gatto aveva preso. L’uomo seguì istintivamente il micio e cominciò a corrergli dietro. Sentì l’aria fresca del mattino sbattergli sul viso, entrargli in petto, riempirgli i polmoni. Si tolse la giacca di dosso, la cravatta ed infine la giacca. Si sentiva finalmente libero e felice come ormai non gli accadeva da tempo, come quando da bambino giocava per le vie del suo quartiere. Correva sempre più forte J.B., correva sorridente e felice. Quando giunse in un prato Arthur si fermò, pochi istanti dopo sopraggiunse l’uomo che, sfinito ma contento, si gettò a terra, con il viso rivolto al cielo. Il micio gli balzò sopra per riempirlo di affettuose fusa e J.B. lo abbracciò e si ricordò del gatto bianco del suo inseparabile amico d’infanzia Frank. Già, chissà dove era finito e cosa stava facendo ora Frank, suo amico inseparabile fino all’università poi, la vita e soprattutto il suo lavoro, li divise. Improvvisamente, però, quei pensieri s’ interruppero: l’uomo capì dove si trovava, si alzò di scatto, si guardò intorno di nuovo stupito: quello era il campo in cui giocava da ragazzo!! Non fece però in tempo a pensarlo che Arthur riprese la sua corsa e scavalcò il muretto di cinta proprio nel punto oltre il quale J.B e Frank, ai tempi del liceo, avevano costruito la loro base per le loro lotte studentesche. J.B. sorrise, prese la rincorsa e saltò il muretto….

Il vento si alzò d' improvviso, scompigliando i capelli di un immobile ed esterrefatto J.B. Quel casolare in cui erano nati molti dei suoi sogni da ragazzo era proprio lì davanti a lui. Certo, era stato restaurato: la porta, gli infissi ed i muri erano tutti nuovi, ma la struttura ed il luogo erano, incredibilmente, gli stessi. Già, perchè così come il parco, doveva trovarsi a svariati centinaia di chilometri da New York a Rochester, la cittadina dove era nato. L' uomo lesse l' etichetta sulla porta, tentennò per un attimo, poi suonò al campanello. La porta si aprì e J.B. entrò. Ad accoglierlo c' era una ragazza dalla figura elegante e fine nei modi con un sorriso radioso ed un viso dai tratti gentili e dalla bellezza acqua e sapone. "Buongiorno, desidera'" "Buongiorno - rispose J.B. - cercò l' avvocato Jablonski" "ha un appuntamento?" "No, ma gli dica che sono J.B.". La signorina alzò il ricevitore dell 'intercomunicante ma non riuscì a finire la frase. La porta dello studio si aprì di colpo e di scatto uscì
urlante e felice il suo vecchio amico Frank: "che ci fai qui testa di tartaruga!!". Testa di tartaruga, un vezzeggiativo che ormai non sentiva da più di vent anni. Il suo amico lo chiamava così, a sottolineare, in modo affettuoso, la sua cocciutaggine. I due si abbracciarono vigorosamente, poi, Frank lo guardò negli occhi e gli chiese: "Sono anni che non ti fai sentire, come diavolo mi hai trovato?" "E' una lunga storia, non ci crederai, ma ti ho trovato seguendo un gatto" " Un gatto!!!" esclamò stupito Frank "Non ti facevo un gattaro" " Ed infatti non lo sono, comunque è una strana storia, forse ho avuto delle allucinazioni, sai è un periodo difficile" " lo so ho letto i giornali -disse l' amico che con un gran sorriso ed un eloquente gesto delle braccia lo invitò nel suo studio- "dai raccontami tutto." Parlarono così, tutto il pomeriggio, passeggiando per le strade del loro quartiere, bevendo nei locali dove andavano da giovani, salutando vecchi amici e conoscenti. J.B. si sentiva libero, sentiva quella stessa sensazione di libertà che provò correndo dietro a quel gatto bianco. Per la prima volta dopo tanti anni, poteva finalmente parlare senza avere paura che chi gli stava di fronte lo potesse tradire, utilizzare una sua confidenza per sbarargli la strada. Quello era il mondo in cui viveva, era il mondo dell' alta finanza, dei grandi manager. Frank, invece, aveva fatto una scelta diversa, era diventato avvocato ed aveva creato un 'associazione che difendeva i diritti dei più deboli. Lui era rimasto fedele ai loro ideali giovanili, aveva continuato a credere in quei sogni. Due amici così vicini si erano perduti seguendo due strade così lontane. La giornata volò fino a tarda notte. La sveglia trillò e J.B. si ridesto si soprassalto, cercò nel buoi l' interruttore ed accese la luce che illuminò la sua elegante stanza di N.Y. "Peccato, sembrava tutto così vero ed invece è stato solo un sogno" pensò fra sè....

J.B. si guardò intorno sconsolato, era stato tutto un sogno, non c'era stato nessun bambino saggio, nessun magico gatto bianco, nessun incontro con il suo vecchio amico Frank. Nulla di tutto questo era realmente accaduto mentre i giornali aperti e sparsi sul tavolo erano lì a ricordargli la dura realtà. Aprì le tende dell'enormi porte a finestra che dal suo attico gli consentivano di dominare a vista l' intera città. Il sole stava timidamente colorando l'orizzonte mentre le luci della città ancora illuminavano i palazzi e le strade. Quel panorama, che tante volte lo aveva fatto sentire forte e potente, quella mattina gli apparve freddo e vuoto. Il successo lo aveva raggiunto rinunciando all'amicizia di Frank, al calore di una famiglia, rinnegando i suoi principi. Riemersero in lui i tempi sereni dell'infanzia e quelli felici e scapestrati dell'adolescenza. Così, guardando l'orizzonte, mentre meditava sul suo passato, gli tornò in mente un altro vecchio adagio del nonno "la notte porta
consiglio". "Forse - penso fra sè - questa notte mi ha davvero portato consiglio". Decise, allora, di rintracciare il suo amico di liceo. Molte cose, incredibilmente, risultarono uguali al sogno: Frank aveva trasformato il loro quartier generale studentesco nel suo studio, era rimasto fedele ai suoi ideali lottando e difendendo i deiritti dei più deboli. Anche se J.B. rimase colpito da come il sogno aveva riprodotto la realtà, da uomo pratico e razionale com'era, pensò che in fondo quello era ciò che il suo compagno di studi aveva sempre detto di voler realizzare: era, quindi, bastato questo alla sua mente per riprodurlo in sogno. Alcuni giorni dopo i due amici si ritrovano insieme a casa di Frank: "Sai J.B.- disse Frank - non sarà facile ma credo di poter dimostrare la non autenticità dei documenti che ti accusano" "Hai fatto un ottimo lavoro- rispose J.B.- ma anche se le cose non dovessero andare per il verso giusto, avrò comunque ritrovato una cosa preziossima, la tua amicizia" "beh- rispose l'amico- come si dice: chi trova un amico trova un tesoro" "un tesoro che vale più di un forziere pieno di monete- confermo sorridendo J.B.- come diceva mio nonno". Fu in quel momento che improvvisamente apparve un meraviglioso gatto bianco che con la tipica eleganza dei gatti irruppe nel salone lasciando a bocca aperta J.B. "ma quel gatto da dove esce fuori?" chiese ancora sbalordito al suo amico. "Questo è Palla di neve, è un gatto a cui sono particolarmente affezionato perchè me lo lasciò un bambino che stavo aiutando qualche anno fa e che purtroppo morì per una grave malattia". L'uomo d' affari si senti mancare il fiato e con ansia chiese al suo amico se avesse una foto del ragazzo "Certo, aspetta un secondo dovrei averla qui" disse l'amico e dopo qualche istante la tirò fuori da un cassetto e la porse a J.B. lasciando totalmente sbigottito: era il ragazzo saggio del sogno.
Un Vecchio detto popolare dice "Un bambino povero ed un gatto bianco possono darti un tesoro molto più grande di un forziere pieno di monete d’oro", a volte, i proverbi contadini, si avverano.
20:21 Scritto da: malykaa in Racconti di gatti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: gatti | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Digg |
Facebook



